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Sassarese. Tutto da scoprire.



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Fra le pieghe d'un paesaggio ora dolce e verdissimo, ora aspro e selvaggio, il Sassarese cela un'infinità di tesori d'arte, natura e cultura

Dei molti turisti che vengono in Sardegna ce n'è sempre una parte, ormai neppure piccola, che, decisa ad assaporare, il gusto più forte dell'Isola, si dirige verso il Nuorese, la terra di aspri contrasti, di natura intatta, di tradizioni genuine. Sembra sottintesa la convinzione che al confronto altre parti, come il Sassarese, siano ormai snaturate e omologate e per una sorta di eccesso di civilizzazione abbiano perduto l'originaria tipicità. Eppure, lo stesso paesaggio di calcare che circonda il capoluogo alterna profili dolci e arrotondati ad altri improvvisamente aspri e vertiginosi; poi cede subito il posto ai basalti e agli altri terreni nati dall'attività dei tanti vulcani oggi spenti; mentre la Gallura presenta rilievi non eccelsi, ma scoscesi, tutti di granito, circondati da porzioni di bosco e distese di profumatissima macchia; e la gente, anche se urbanizzata, non ha dimenticato la lingua, "sa limba", gli antichi costumi, i piatti della cucina agricola e pastorale.

C'è poi nel territorio una sorta di solitudine di ritorno, dei campi un tempo popolati di agricoltori, "massajos", e ora trasferiti ai pastori, che li frequentano per il periodo strettamente necessario alla mungitura, così che le greggi e gli ovili, una volta animati anch'essi dalle presenze umane, sono abbandonati e solitari per la maggior parte della giornata.

Eccoci sulla strada che congiunge per via interna Bosa con Alghero, muovendosi tra il cosidetto Paese di Villanova, affacciato sull'aspra costa occidentale, e il Meilogu, un tempo il cuore, la zona più interna-"mesu-logu" appunto-del Giudicato di Torres. Si attraversano villaggi che raramente hanno raggiunto i mille abitanti e tendono ancora a perderne. Nei pressi di Mara, una strada secondaria, serpeggiando in una valletta a vigne tra alture dolci, arrotondate, e poi inerpicandosi su un colle, conduce al solitario santuario di Nostra Signora di Bonuighinu, che si popola solo a metà settembre, quando si tiene la festa d'antica tradizione che si apre con la processione dal paese e si chiude col rientro.

Di recente sono state restaurate le antiche "cumbessìas", le casette destinate ai pellegrini e ai commercianti; ma la sorpresa maggiore viene dalla facciata, che appare quasi di colpo dopo aver costeggiato la parete laterale: non si saprebbe dire se sia stata ricopiata da un retablo-uno dei polittici policromi che adornano le chiese sarde-o se siano stati i retabli a prendere ispirazione da qui, tanta è la somiglianza. Tutta in pietra calcarea, è ripartita da colonne e lesene in senso verticale e da cornici e modanature rettilinee in senso orizzontale, mentre al culmine si conclude con un fastigio che pare, secondo lo studioso Vico Mossa, "ritagliato a punte come un ricordo cinese".

La festa che si tiene annualmente in questo luogo alto, dominante sui dintorni, era un tempo una delle più frequentate dell'Isola: fu in quell'occasione che, nel 1848, ebbero inizio i guai di Giovanni Tolu, il più famoso bandito sardo dell'Ottocento. Secondo gli studiosi la chiesa, edificata nel Seicento, sorge in un punto già frequentato in antico; non è lontana la grotta di Sa Ucca de Su Tintirriolu ("la bocca del pipistrello"), dove sono state rinvenute tracce così importanti di frequentazioni preistoriche che una fase dell'età neolitica, tra il 3700 e il 3300 avanti Cristo, prende nell'Isola il nome di Cultura di Bonuighinu.

Non manca neppure la testimonianza del Medioevo: sul colle più scosceso della zona vi sono ancora le tracce del castello che, costruito dai Doria per avere il controllo della regione passò poi agli Arborea che se ne servirono a lungo nel corso delle lotte contro l'incalzante dominio aragonese. A pochi chilometri di distanza restano pochissimi ruderi anche del castello di Monteleone Roccadoria, al culmine di un colle roccioso oggi circondato in parte dal lago artificiale del Cuga. Sorge lassù un paese così piccolo e abbandonato che alcuni anni fa gli abitanti hanno anche tentato di venderlo. Ancora più solitari i resti del castello di Burgos, che si levano su un colle alto ed erto nella media valle del Tirso: qui trascorse tristi giorni Adelasia di Torres, moglie di re Enzo di Sardegna.

Se si scende verso Villanova Monteleone, siamo di nuovo alla preistoria. Nel complesso funerario di Puttu Còdimu le tombe sono scavate in alcuni mammelloni calcarei che si allungano su uno spiazzo a pochi metri dalla statale. E' un altro monumento solitario: non c'è una guida ed è rarissimo trovarsi facccia a faccia con un altro visitatore.Bisogna lavorare d'intuito per "leggere" lo scarno linguaggio della pietra: la pianta delle tombe comprendeva un vano d'ingresso più ampio per la preghiera e le cerimonie, sul quale si aprivano le cellette destinate ad accogliere i defunti; le pareti e i soffitti riprendevano forme e motivi delle capanne abitate dai vivi. Gli scavi, condotti di recente, hanno accertato che questi luoghi di sepoltura furono realizzati intorno al 3500 avanti Cristo e furono poi utilizzati e riutilizzati sino al tempo dei Fenici e dei Romani. Tra gli oggetti rinvenuti una statuetta della dea madre dalle forme eleganti e insolitamente longilinee.

Per trovare un monumento più frequentato si può continuare fino ad Alghero, dove si trova il nuraghe Palmavera, circondato dai resti di un villaggio, oppure spostarsi alla piana di Torralba, ribattezzata Valle dei Nuraghi: vi torreggia il nuraghe Santu Antine ("San Costantino"), o Reggia nuragica, il più alto dell'Isola e uno dei più complessi. Un gruppo di giovani assicura la custodia e il servizio di guida, l'interno è illuminato, frequenti i visitatori. Più che il torrione centrale, o mastio, che pure è grandioso anche all'interno è più elaborato del solito, colpiscono l'attenzione il sistema di corridoi (delimitati e coperti da grandi massi, prendono luce da feritoie) che collegano le torri secondarie e il cortile nel quale si apre un pozzo.

Ma nella Valle dei Nuraghi-che ha il suo museo nella vicinissima Torralba-si trovano anche monumenti solitari: a poche centinaia di metri, lungo la ferrovia, si leva un'altra costruzione megalitica, il nuraghe Oes, che colpisce per la regolarità delle file di massi, coperti di muschio dal colore giallo oro. La caratteristica più originale si scopre all'interno: i piani superiori non erano realizzati come al solito con volte in pietra, ma con impalcature e tavolati in legno; un modo per risparmiare fatica e ottenere maggiori spazi. Ancora più originale, nelle non lontane campagne tra Mores e Ittireddu, il dolmen Sa Coveccada, una sorta di tempietto ottenuto con pochi grossi lastroni di trachite; dall'evoluzione di questa struttura si sarebbe arrivati poi, con l'aggiunta dell'esedra anteriore, alle cosiddette "tombe di giganti" che si trovano in varie parti dell'isola. Più semplici nelle strutture, costruite da piatti massi di granito, e tutti privi della parete anteriore, sono i dolmen-Alzoledda, Billella, Ciuledda e Ladas-di Luras, un paese della Gallura vicino a Tempio e Calangianus; a pochi passi, il centro abitato, con le vie linde e qualche chiesa e tante abitazioni con le loro facciate solide e serie di granito grigio. In uno di questi palazzetti un benemerito cittadino ha creato il museo Galluras, dove in anni di pazienti ricerche ha raccolto i "frammenti della civiltà gallurese": arredi e strumenti di casa, attrezzi per la coltura della vite, la vinificazione e la lavorazione del sughero. Tutt'intorno la campagna è verde di sughere e vigne, dominata dalla massa del monte Limbara, seghettato alla sommità per le mille punte di granito. Verso oriente si stende il lago artificiale del Liscia: sulla sua riva si può vedere l'albero più vecchio dell'isola, anzi uno dei più vecchi d'Europa: è un vigoroso olivastro che si regge su un'enorme ceppaia, la circonferenza del tronco supera i dieci metri.

In questa zona i nuraghi sono più rari che nel resto della Sardegna ma uno, detto Maiori, si può vedere alle porte di Tempio Pausania e un altro, quello di Izzana, si trova presso Aggius, nella piana cosparsa di graniti della Valle della Luna o "dei grandi sassi". Da questa parte della Gallura interna si dirama la strada che, in un tempo inaspettatamente breve, può condurre alla costa settentrionale. Prima di affrontare l'ultima discesa si può deviare brevemente, nei pressi di Aglientu, alla chiesetta campestre di San Pancrazio: tutta in granito con un porticato su un lato, è immersa in un bosco di lecci che occupa una piccola valle; sempre aperta, ha l'interno rustico ma pulito e ordinato. Se si capita in tempo di festa si potrà prendere parte al pasto comune e assistere ai balli che per i galluresi sono componente essenziale del divertimento.

Si approda al mare al porto di Vignola, un villaggio affacciato su un paio di belle spiagge; da un lato una torre spagnola, costruita a suo tempo per la difesa dalle incursioni saracene, serve oggi come punto panoramico. Il golfo dell'Asinara, che alterna spiagge a tratti rocciosi di varia natura, si stende verso occidente. Tra i mille possibili luoghi per la sosta e un bagno spiccano la Costa Paradiso, con il villaggio turistico tra guglie di granito rossastro e il litorale tutto rocce e anfratti; il lungo tratto sabbioso oltre Castelsardo, con la Marina di Sorso e Platamona, il lido dei sassaresi; per concludere a Stintino, appartato sulla punta in faccia all'Asinara, dove una folla di bagnanti si accalca sulla spiaggia della Pelosa, con un'acqua che ha colori e limpidezza da vacanze tropicali.

Subito all'interno di questa costa, tra Sassari e Porto Torres, è l'originale monumento preistorico di Monte d'Accoddi, una collina artificiale eretta per farne un tempio, un altare. Di qui, si può tornare verso le zone interne della vallata del Coghinas, dove alcune borgate agricole-rinomate per la produzione del carciofo "spinoso sardo"- vivono appartate dai flussi turistici ma non sono prive di interesse. A Viddalba, per esempio, un piccolo ma suggestivo museo raccoglie quanto il territorio ha restituito delle antiche civiltà: una parte conserva, collocate tra la sabbia, le rustiche stele in pietra provenienti da una necropoli romana. Una stradella che risale di poco la riva sinistra del Coghinas conduce alle terme di Casteldoria, dove le acque che sgorgano bollenti si mescolano a quelle del fiume: un albergo potrà presto accogliere chi ne ha bisogno per curarsi. Lungo la riva destra corre invece la provinciale che, superando un piccolo passo nei pressi del lago artificiale di Casteldoria, conduce a Pèrfugas; dall'alto di una collina domina un torrione poligonale: è quanto resta di un castello, eretto anch'esso dai Doria (Casteldoria, appunto) e passato ai giudici d'Arborea prima di arrendersi all'invasore aragonese.

Anche Pèrfugas-oggi il centro più vivace di questa subregione, l'Angloma-ha il suo museo. Qui i "pezzi" più importanti sono gli strumenti in pietra che hanno attestato per la prima volta la presenza in Sardegna dell'uomo del Paleolitico, forse più di 150 mila anni fa; e i fossili provienienti da una foresta pietrificata, che si estendeva per una vasta area tutt'intorno. Veri e propri tronchi fatti pietra si possono vedere nella vicina campagna, nell'alveo del rio Altana; e altri si trovano, spingendosi lungo il tortuoso tracciato della vecchia statale per Sassari, in un parco allestito alla periferia di Martis: colpiscono per la forma ad anello, tanto che si è dovuto mettere fine alle incursioni di quanti li sottraevano per farne delle fioriere.

Siamo in una regione di villaggi, oltre a Martis Laerru, Chiaramonti e Nulvi, poi anche Bulzi e Sèdini, che hanno vissuto per secoli-dai tempi di Roma-della coltivazione del grano e oggi cercano nuovi destini. Per trovare maggiore vivacità bisogna raggiungere quelli che fanno corona al capoluogo: Ploaghe ad esempio, anch'esso di antica tradizione agricola e pastorale. Al centro, nei pressi della parrocchia, conserva il vecchio cimitero dove nel secolo scorso fu collocata una bella serie di lapidi scritte in un sardo latinamente classicheggiante. Tra queste una ricorda Giovanni Spano, primo linguista e primo archeologo di Sardegna, "senadore de su Regnu, abbatidu dae su tantu travagli", abbattuto dal molto lavoro, nel 1878; e il suo fraterno amico Salvatore Cossu, "naschidu in Zara-monte", nato a Chiaramonti, e parroco qui "rectore", per quarant'anni, "homine doctu, sabiu, laboriosu".

Vicino a Ploaghe passa la "direttissima" per Olbia, che potremmo definire la "strada delle chiese romaniche" perchè sfiora alcune tra le più belle dell'isola, dalla Santissima Trinità di Saccargia a Santa Maria del Regno di Ardara, a Sant'Antioco di Bisarcio nella piana di Ozieri. L'ultima della serie, Nostra Signora di Castro, si affaccia sul grande lago del Coghinas in agro di Oschiri, paese rinomato per le tradizioni gastronomiche: vi si producono il Vermentino, il miglior vino ottenuto da questi sabbioni granitici, e torrone, formaggi, ricotte, dolci, pani e ravioli, rinomate tra tutti le panadas, piccoli involucri di pasta violata, chiusi con un'accurata "cucitura", che nascondono una miscela di carni o, più raramente, pezzi delle anguille pescate nei chiari torrenti della zona.

Siamo nel Monte Acuto, una subregione senza mare che prende il nome da una guglia alle pendici del Limbara, di cui vediamo qui il versante meridionale. Se ce ne allontaniamo arriviamo a Pattada, che con i suoi 794 metri è il centro più alto della provincia. La sua produzione artigianale più nota è quella dei coltelli a serramanico, uno strumento diffuso tra tutti gli uomini di campagna, un autentico prolungamento della loro mano e così famoso che quasi tutti i coltelli si chiamano, nella Sardegna settentrionale, "sa pattadesa", il coltello di Pattada. Anche le fabbriche toscane che ne fanno le imitazioni le marcano "Pattada". Negli anni scorsi l'attività ha avuto un rilancio, e oggi nelle botteghe del paese si può comprare il coltello da collezione così come quello da usare in campagna e anche, perchè no?, in cucina e a tavola. Alla tradizione artigianale locale gli amministratori hanno aggiunto di recente, con un innesto felice, una scuola per liutai che ha ricevuto la prestigiosa benedizone del grande violinista Salvatore Accardo. A sud di Pattada si trova la regione più interna della provincia: è il Gocèano, detto localmente Costera perchè i paesi si affacciano sulla valle del Tirso dai pendii delle alture che la delimitano. In un tratto pianeggiante vicino al fiume, due stabilimenti sfruttano le acque termali curative già note ai romani come Aquae Lesitanae.

Anche qui l'agricoltura ha ceduto le armi di fronte alla pastorizia: si può andare quindi alla ricerca dei formaggi che conservano il profumo dei pascoli della montagna. Molte famiglie si dedicano inoltre alla produzione del pane tradizionale, il carasau, noto anche come "carta da musica": basterà un minimo d'attenzione per rendersi conto che da paese a paese variano lo spessore, il colore, la porosità. A Nule se ne fa un tipo che, per favorire il trasporto, non si presenta come al solito in grandi sfoglie rotonde ma è piegato in due. A Benetutti il problema è stato risolto dandogli una forma rettangolare, di modo che può essere inscatolato; a ricordare che ne viene fatta una doppia cottura è stato introdotto anche un altro nome, "bissau": alla lettera "bissato".





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