La tua casa in Sardegna

Ogliastra. Magnifica terra sarda.



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Terra antica e incontaminata, l'Ogliastra si è ora aperta al turismo ma con cautela


Sulle carrozze prendevano posto banditi, persino ricercati, pastori che rientravano a casa dai monti o scendevano per la transumanza verso le più fertili pianure del Campidano, contadini con le bisacce di lana grezza cariche di prodotti, uomini in fuga dalla miseria per cercare fortuna in città. Con loro si confuse anche David Herbert Lawrence nel viaggio che lo portò neli anni Venti in questo angolo poco conosciuto dell'Isola, ben lontano dalle tradizionali rotte del Grand Tour. Lo scrittore inglese restò notevolmente sorpreso da questa ferrovia costruita oltre un secolo fa che, come scrisse nel libro Sea and Sardinia (Mare e Sardegna), ricordo e insieme testimonianza di quella sua avventura, "sfreccia su per le colline e giù per le valli attorno a curve improvvise con la massima noncuranza"

Quel treno viaggia ancora. Oggi Lawrence incontrerebbe passeggeri di tutt'altro tipo. Per lo più turisti non frettolosi, che si rassegnano ai ritmi lenti delle vecchie locomotive a vapore che arrancano nel cuore antico dell'Ogliastra: tra i Tacchi, torrioni di roccia del Giurassico, regno incontrastato delle "muvras", i mufloni, e le antiche foreste scampate alla scure dei carbonai, come Montarbu a Seui o i tassi secolari di Tedderieddu ad Arzana, patriarchi verdi che Mario Rigoni Stern annovera tra gli esemplari più vecchi d'Europa. A distanza di ottant'anni gli scenari non sono cambiati: la linea a scartamento ridotto passa vicino alle cascate che scendono dai monti, si ferma nelle vecchie stazioni tra i boschi, sfiora i vigneti di Cannonau aggrappati alle colline. Velocità inevitabilmente d'altri tempi, che permette però di assaporare panorami e colori rimasti intatti. Come lungo la strada provinciale che collega Perdasdefogu a Ulassai, solitaria e indimenticabile tra rocce, lecci e filari di vite.

Il vecchio treno delle Ferrovie Complementari per decenni ha rappresentato l'unica possibilità per spezzare l'isolamento di questa terra che si estende dal Gennargentu fino alle falesie e alle calette nascoste, gigantesco anfiteatro naturale sul Tirreno con grotte, canyon, gole (Gorroppu, per ricordare la più celebre), codule, fiumi che scompaiono improvvisamente e riemergono nelle spiagge. Via mare era quasi impossibile avventurarsi, le strade erano carrarecce, chi scendeva dai Supramonti di Urzulei e Baunei doveva attraversare a dorso di mulo un fiume per raggiungere Tortolì. Restava la ferrovia, ma per arrivare a Cagliari non eran sufficienti dieci ore.

L'isolamento ha indubbiamente favorito la conservazione di un patrimonio ambientale di prim'ordine. Ogliastra, persino il nome è legato alla natura selvaggia: il pinnacolo di roccia dell'Agugliastra, sulla costa di Baunei, o gli olivastri secolari ("s'ozzastru"), secondo un'altra accreditata etimologia, come quelli che si affacciano sulla spiaggia di Santa Maria Navarrese, custodi della piccola chiesa fatta costruire verso il 1052 dalla figlia di un re di Navarra, Garcia IV, scampata prima ai Saraceni e poi a un naufragio su questa costa.

Le difficoltà di collegamento hanno favorito la chiusura in sè stessi dei villaggi che spesso si trasformavano in piccole repubbliche autarchiche. Ventitrè comuni: la storia di questa terra è anche la storia dei municipi, in qualche caso isole linguistiche, che si ritrovavano poi in un mercato comune fondato sul baratto: olio in cambio di vino, pascoli in cambio di latte e formaggio. Una regione-tutta in provincia di Nuoro- che ha vonvissuto per secoli con la povertà, con i pochi frutti offerti dall'ambiente. Se nell'Ogliastra settentrionale, quella che guarda ai contrafforti del Gennargentu (Arzana, Villagrande e Talana: percore e formaggi, maiali e prosciutti) prevale ancora oggi una fiorente industria dell'ovile, lungo la costa la vocazione era esclusivamente agricola e commerciale.

Raccontano le cronache dell'Ottocento che i litorali erano frequentati da "genovesi, napoletani, siciliani, romani per caricarvi formaggi, pelli, lardo, granaglie e vino". Si andava avanti, come in altre parti dell'Isola, grazie a un sofferto equilibrio tra agricoltura e allevamento. Nei borghi più poveri vigeva la consuetudine di "emeddare", gemellare: due o più pastori si associavano per dedicarsi alternativamente alla cura degli animali e dei campi. Dalle bacche di lentisco si estraeva un olio alimentare, si mangiava un pane del tutto particolare, frutto dell'impasto di ghiande e argilla: un curioso caso di geofagia, che colpì il classicista francese Antoine Pasquin detto il Valéry sbarcato in Sardegna a metà dell'Ottocento, meravigliato per la diffusione di "un alimento semplice che sembra avvicinare questi uomini all'infanzia del mondo". Ma c'era, e c'è ancora, una grande ricchezza: l'industria del vino. La storia di Ierzu e della valle del Pardu, con i terrazzamenti strappati alla montagna, è tutta nel Cannonau: il "rosso" per eccellenza era alla base di fiorenti traffici. E quando, agli inizi del Novecento, la fillossera distrusse i vigneti fu un vero tracollo: ottocento ierzesi furono costretti a emigrare.

Sui prodotti della natura si indirizzavano le vessazioni dei dominatori che si sono susseguiti nei secoli. Persino le piante di fico erano tassate, c'era l'obbligo di portare agli esattori pisani residenti a Cagliari anche i nidi di falco. Un popolo in lotta con la miseria e con le malattie. Una su tutte: la malaria. Il morbo che ha flagellato le coste dell'Isola per secoli ha scandito la storia dei comuni, in particolare dei due centri più importanti: Tortolì, situata sul mare, in passato capitale commerciale e oggi del turismo, e Lanusei, arrampicata sulla montagna, capitale amministrativa e culturale.

Fu la malaria a far perdere a Tortolì il primato di centro burocratico più importante, un ruolo che le venne riconosciuto fin dal Trecento, quando i conti di Quirra le assegnarono il titolo di sede del Giudicato di Ullastre. Ruolo confermato nel 1807, sotto i Savoia, quando Tortolì fu addirittura scelta come capoluogo dell'Ogliastra e del Sassabus. Ma il rango di capitale era destinato a incrinarsi entro breve tempo sotto la furia delle micidiali febbri che provocarono migliaia di morti, determinando i destini di interi villaggi isolani, già penalizzati dalle incursioni piratesche. Il motivo era semplice: di fronte a un rischio letale, funzionari e militari si rifiutavano di arrivare fino al paese sotto Capo Bellavista.

Già alla fine del Seicento, un giudice della Real udienza criminale partito da Cagliari preferì fermarsi a Lanusei per firmare l'ordine di una condanna a morte. A metà del Settecento, il vicario alla diocesi di Galtelli e Suelli, appena eletto, sbarcò tra mille difficoltà a Cala Gonone pur di star lontano dal centro ogliastrino. Nell'Ottocento si assistette a una ribellione dei funzionari regi: a decine chiesero il trasferimento immediato pur di abbandonare quel luogo malsano. Se ne avvantaggiò Lanusei. Ottenne prima la provincia, poi il tribunale, infine, nel 1898, il Collegio dei Salesiani, il primo in Sardegna: una sorta di università che contribuì non poco a spezzare la secolare solitudine. Lanusei conserva ancora una forte identità, con un centro storico non deturpato, e ricorda il "nido d'aquila" citato dai viaggiatori dell'Ottocento, che ne esaltavano il panorama sul mare e sulla piana.

Oggi sono lontano i tempi della malaria e dei pirati. Il mare ormai è sinonimo di turismo e lavoro. A Tortolì, centro più popoloso con diecimila abitanti, c'è un piccolo aeroporto che accorcia le distanze col resto d'Italia e l'Europa soprattutto nella stagione delle vacanze. Le coste costituiscono un forte richiamo anche perchè sono state in gran parte risparmiate dall'edificazione selvaggia che ha deturpato altri litorali isolani. Orrì, Cea a Barisardo, dominata dall'altopiano di Tecu, Lotzorai, la distesa di pietre perfettamente levigate di Coccorrocci a Gairo, ma soprattutto la costa di Baunei, trentacinque chilometri di falesie e grotte che si alternano alle spiagge ormai celebrate in tutte le guide turistiche. Una costa incredibilmente integra, senza strade nè case: mare cobalto e verde con le sorgenti di acqua dolce che fuoriescono sulla battigia. Qui le chiudende non sono mai arrivate, l'uso comunitario della terra ha contribuito, complici i luoghi impervi e spesso inaccessibilii, a salvare dal cemento Cala Luna, Sisine, Biriola, Goloritzè e Mariolu, ma quest'ultima i baunesi preferiscono chiamarla "Ispulidi de nie", fiocchi di neve, rifiutando il toponimo creato dai pescatori ponzesi in ricordo della foca monaca, che "rubava" pesci e crostacei rimasti intrappolati nelle reti.

Fino a trenta-quaranta anni fa, il mammifero dagli occhi mansueti, celebrato da Plinio il Vecchio e cantato nell'Odissea, regnava quasi indisturbato in questo paradiso. I vecchi di Tortolì ricordano di aver visto il "bue marino" razzolare come un cane affamato tra i rifiuti abbandonati sugli scogli rossi ad Arbatax. Raccontano che andasse a rubare l'uva nelle vigne sul mare. Lo speleologo-gesuita padre Furreddu era convinto che fosse in grado di riconoscere il rumore dei motori delle barche amiche. Poi cominciò la persecuzione. Decine di esemplari furono abbattuti o catturati: qualcuno finì allo zoo di Roma (un cucciolo venne persino esposto nella fontana di Trevi), altri come attrazione alla Fiera di Cagliari. Oggi la foca è quasi del tutto scomparsa. Di tanto in tanto, ricompare al largo, torna in quello che fu il suo regno, forse seguendo antiche rotte rimaste impresse nella memoria.

Questa è una terra ricchissima di natura, tradizioni, testimonianze del passato. A Perdasdefogu è stato scoperto uno dei primi nuraghi trilobati realizzati nell'Isola, sul Gennargentu di Arzana si trovano fortezze di pietra oltre i mille metri, come Unturgiadore e Ruinas, che controllavano le vie della transumanza. Le ricerche degli archeologi, soprattutto a Villagrande Strisaili, hanno permesso di riscrivere la storia dei nuragici ogliastrini: non un popolo chiuso ma aperto ai contatti con le popolazioni tirreniche ed egeo-orientali. Guerrieri-pastori e artigiani capaci di opere raffinate, come la statuetta di bronzo detta Madre dell'ucciso ritrovata nel santuario ipogeico di Sa Domu'e s'orcu, a Urzulei, identificabile secondo Giovanni Lilliu, scopritore della reggia di Barumini e accademico dei Lincei, in una "Madonna nuragica, in una Pietà".

Terra antica, con un campionario di scenari, paradiso degli escursionisti e di chi non vuole limitarsi a vivere sotto l'ombrellone. Dal mare all'interno, sui sentieri dei caprari e dei carbonai toscani: le grotte (Su Marmuri a Ulassai, un'unica grande galleria profonda 900 metri, o il sistema carsico della Codula di Luna, terza cavità più lunga d'Italia), le cattedrali di calcare come Perda Liana, i paesini di montagna come Seui con le palazzine liberty e il carcere baronale. L'Ogliastra: povera di industrie, ricca di natura. Offrirla ai visitatori senza deturparla: questa è la grande scommessa della terra degli olivastri.




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